11 Settembre

Ulisse. Marinai, profeti e balene

Nel 2011 usciva l’ottavo album in studio di Vinicio Capossela, girovago e poliedrico cantautore nato in Germania da genitori irpini. Il titolo dell’album, contenente due CD, è una dichiarazione d’intenti: “Marinai, profeti e balene”. Capossela non ha mai nascosto la propria passione per la vita marittima, ricca di tradizioni e misteri, e di chi la abita, mescolando buoni e cattivi, personaggi realmente esistiti e usciti da qualche penna. Se la tematica era stata affrontata fugacemente ed in modo sparso fino al 2011, con questo album Capossela mette in gioco tutte le nozioni riguardanti il mare, ripescando da racconti, libri e leggende.

Se il Disco 1 di “Marinai, profeti e balene” ha riferimenti come Moby Dick di Herman Melville, Cesare Pavese, Louis-Ferdinand Celine e Joseph Conrad, il Disco 2 si concentra quasi totalmente sul mito di Ulisse, doveroso quando si parla di avventure in mare, passando in rassegna molti dei protagonisti narrati da Omero, indagandone i lati umani e più sensibili, i punti di forza e le debolezze. Quello che viene fuori ascoltando “in toto” questo concept album è una panoramica dell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, una metafora ambientata nell’elemento primordiale per eccellenza, l’acqua, pregna di bellezza e mistero che con la sua potenza può ammaliare e inghiottire in un secondo.

Nel Disco 2 troviamo Polifemo che scopre il vino, croce e delizia della sua vicenda, Calipso che offre ad Ulisse la vita eterna per farlo rimanere per sempre accanto a lei e, ancora, Tiresia e Penelope. Tutti personaggi con profonde introspezioni che ci fanno capire molto anche di noi stessi.

Questa la premessa, ora passiamo in rassegna qualche traccia dell’album per capirne di più e avere, inoltre, un nuovo punto di vista su questo mito che non finirà mai di ispirare gli artisti di tutto il mondo.

 

La seconda traccia del secondo disco dell’album è “Vinocolo”. Sentiamo da subito una lingua primitiva, o almeno così può sembrare. Non riusciamo a cogliere il significato. Poi una chitarra e un coro fatto di versi primordiali. Ci sentiamo proiettati in una cupa ed umida caverna. Siamo, infatti, di fronte a Polifemo, interpretato dalla voce di Vinicio Capossela, che ci canta: “Vino, vinocolo! Vino con un occhio solo”. Fermandosi un attimo sul titolo capiamo che è una crasi tra “vino” e “oculus” (occhio), i due elementi chiave della vicenda, uno perché stordisce l’enorme avversario di Ulisse e il secondo perché caratterizza il viso di Polifemo. Tutta la canzone gira intono alla crudeltà, mista a curiosità e ingordigia del ciclope, quest’ultime vera condanna del “Vinocolo”.
“Un nessuno, nessuno da niente, mi ha vinto col vino. Mi ha orbato la luce dell’occhio e poi si è nascosto in un nome, e io mi aspettavo un eroe”, qui c’è la sintesi della vicenda raccontata in questa canzone, di come Nessuno abbia utilizzato il sapore del vino, novità assoluta per il suo nemico, e i suoi effetti collaterali, ignorati anch’essi, per abbattere il gigante ed accecarlo nel sonno.
È troppo tardi quando Polifemo si accorge di essere stato ingannato e ce lo dice lui stesso: “al pesce, quando abbocca, l’esca gli piace e la mangia tutta. Carne e vino vomitavo da ubriaco.”
Volendo, però, scavare più in profondità a livello di significato troviamo una lettura ulteriore: astuzia contro istinto primordiale.
Polifemo soccombe ad Ulisse e compagni perché segue il suo istinto animalesco, vuole continuare ad ingozzarsi anche se sente la sua lucidità andarsene; al contrario Ulisse capisce il suo avversario e con esperienza e sagacia lo stordisce senza neanche bisogno di lottare: il ciclope si mette fuori gioco da solo e sconfiggerlo diventa, così, un gioco da ragazzi.
Alla fine del brano Polifemo si pente di aver voluto “vedere più vicino, vedere da vicino” quei piccoli esseri umani prima ed il “succo dell’uva” poi. “Attenti al cannibale” cantava inizialmente Vinocolo solamente perché non conosceva il potere dolceamaro di un nemico ancora più crudele e subdolo: il “vino cantore, vino delatore”.

 

Terza traccia: “Le pleiadi”. Il titolo è ispirato alla lirica “Tramontata è la luna” di Saffo dove la poetessa racconta di come una volta tramontate le Pleiadi, stelle della costellazione del toro, lei si trovi a dormire da sola, immersa in uno stato tra l’attesa e la nostalgia.
È lo stesso sentimento provato da Penelope, protagonista di questa canzone che parla della potenza della passione, vera stella che guida gli esseri umani ad affrontare l’attesa, senza che sopraggiunga la rassegnazione. Una forza di volontà che vale sia per Penelope a casa da sola, “io dormo da sola, l’attesa, è un inganno l’attesa” che per Ulisse in viaggio per tornare ad Itaca, “brillanti ai naviganti, la via per tornare. L’attesa, è un inganno l’attesa.”
È una canzone d’amore, anche musicalmente: l’amore puro, quello più forte di qualsiasi difficoltà, capace di distorcere lo spazio-tempo piuttosto che arrendersi all’assenza e all’addio: “preferisco l’attesa, è più dolce che non vederti tornare”.

 

Alla traccia numero sei troviamo la ninfa Calipso. La canzone dal punto di vista musicale si divide in due momenti ben definiti. Il primo dura dall’inizio del brano fino al minuto 2.56 ed è un dialogo che sottolinea la storia d’amore tra Calipso e Ulisse, di come verranno passate le giornate, “il vino e l’amore, poi ancora l’amore”, da lì all’eternità, poiché la ninfa per convincere l’eroe a rimanere sull’isola con lei gli propone la vita eterna: “Calipso una stagione sola, nel luccicare del sole, senza vecchiezza e morte”. La musica segue la felicità di questi momenti, fatta di entusiasmo e promesse d’amore, con una marimba che ricorda “In fondo al mar” de La Sirenetta.
Al mn. 2.56 però qualcosa cambia, dopo i sette anni passati in compagnia di Calipso, Ulisse respinge la proposta della ninfa ricordando l’importanza degli affetti lasciati a casa: “preferisco tornare allo sforzo, al dolore, tornare a pensare e indietro lasciare il riparo accudito dal bene di un Dio, di un paradiso che non è il mio”.
Tentazione contro volontà ed affetto, c’è questo scontro alla base della canzone: Ulisse sembra cedere alla vita facile ed eterna offerta da Calipso ma poi, dall’alto della sua razionalità, torna sui suoi passi, capendo la potenza della vita vera, quella al fianco di Penelope. Anche se, negli ultimi versi della canzone, sembrano riecheggiare in lui ulteriori dubbi, lasciando un alone di mistero, quello che avvolge ogni animo umano quando viene sedotto da tentazioni divine: “però domani, però già ancora un poco di Calipso, mi è già ripreso l’incanto, solo di giorno è il pianto. La notte scioglie le ore, partita anche l’ultima nave. Nessuno mi può trovare.”

 

Nella settima traccia Ulisse si trova al cospetto di Tiresia che, dopo aver bevuto il sangue nero portato dall’eroe, gli predice il futuro. Tutta la prima parte del testo è un profondo dubbio su cosa sia meglio: conoscere il proprio destino o saperlo giorno dopo giorno, per affrontarlo d’istinto; sapere se “la donna mia mi aspetta, se è fedele” e “quali stratagemmi dovrò ordire” oppure no.
Sul finire della canzone Tiresia, paralizzando la musica, svela il destino ad Ulisse fino all’ultimo giorno della sua vita. L’eroe ascolta la profezia ma tenendo a mente un particolare essenziale: “la conoscenza è niente senza fede”. Rinnovando ancora una volta la propria capacità razionale Ulisse comprende che un uomo può anche conoscere il proprio futuro, ma senza l’appoggio della fede è come non sapere nulla.

 

“Nostos”, penultima traccia dell’album, è una profonda introspezione di Ulisse. Parla del viaggio, dell’importanza di intraprendere l’avventura “oltre il recinto della ragione” per scoprire il mondo e sé stesso. Capossela racconta le intenzioni dell’eroe citando le parole di Ulisse riportate nella Divina Commedia: “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. È l’essenza della vita sposata dall’eroe omerico: conoscere. Un viaggio di conoscenza che non dimentica mai il punto di partenza dove, un giorno, è necessario ritornare: il titolo, Nostos, quello che per i greci era il ritorno di un eroe a casa via mare, lo dichiara apertamente.

 

“Marinai, profeti e balene” si conclude con “Le sirene”, una ninna nanna marittima che ci fa sprofondare in un sonno rilassato per terminare l’ascolto e che, come il canto di queste creature, ci trascina in una realtà onirica.
Ma chi sono le sirene per Capossela? “Le sirene non hanno coda né piume”, quindi non viene sposata nessuna delle due teorie storiche sul loro aspetto, ma queste “han conservato tutti i volti che hai amato”, “nel rimpianto di quanto è mancato, quello che hai intravisto e non avrai, loro te lo danno, solo con il canto”.
In questa versione visionaria le sirene sono capaci di assumere il volto di tutti i nostri rimpianti, di tutto ciò che guardiamo con nostalgia, che ci è piaciuto e non abbiamo più o non abbiamo potuto avere. Se ci si pensa è la rappresentazione più crudele e pericolosa che si possa pensare, un tranello tremendo “perché il canto è incessante ed è pieno di inganni e ti toglie la vita, mentre la sta cantando”. È come vivere un sogno che si trasforma in incubo tutte le notti, solo che quell’incubo diventa la nostra realtà che le sirene, piano e delicatamente, ci tolgono da sotto i piedi.
“Perché continuare fino a vecchiezza, fino a stare male? È già tutto qua, fermati qua”.
Chi non cascherebbe in questo trabocchetto?


Vinicio Capossela si conferma un cantautore unico che sembra capitato quasi per caso in un periodo storico che non gli appartiene, ricorda uno di quegli avventori da osteria capaci di raccontare aneddoti ascoltati in giro per il mondo sorseggiando uno, o forse molti, bicchieri di vino.
Oltre ad essere la testimonianza dell’estro del cantautore, “Marinai, profeti e balene” è anche l’ennesima dimostrazione di come il mito di Ulisse sia immortale e non conosca data di scadenza. Storie, sfumature e punti di vista diversi potranno, per sempre, essere rappresentati dagli artisti più variegati come succede da migliaia di anni.

Il mito di Ulisse è un mare da attraversare, un mare in cui perdersi, un mare in cui è bellissimo naufragare con la consapevolezza che, in compagnia dell’eroe omerico, in un modo o nell’altro a casa ci si torna.

 

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