22 Giugno

Quella volta che ho intervistato Ulisse

Premetto che non sono mai stato ad Itaca. Non ho aspettative né riferimenti con i quali fare paragoni, non so minimamente come destreggiarmi tra le vie dell’isola che, fino a pochi mesi fa, non credevo neppure esistesse.
Ma giunto nel capoluogo, Vathy, non è stato difficile farsi comprendere dagli itacensi, basta una semplice parola chiave per ottenere una risposta chiara e muta: “Ulisse?” e tutti indicano la stessa direzione, verso il porto.

Tutto a Vathy parla di lui. Incisioni sui muri, cartelloni pubblicitari che lo ritraggono come testimonial, scritte di affascinati fan: “Ulisse vive!”, “Ulisse uno di noi”.
Ogni angolo del capoluogo vanta un suo personale negozietto con esposti cimeli, gadget e souvenir per ricordare la permanenza ad Itaca.
Per curiosità entro in uno di questi, scelto a caso, ma che si rivela fin da subito essere molto fornito.
Oltre alle solite magliette con l’enorme faccia di Ulisse, Ulisse armato di lancia, Ulisse sulla prua della nave, possiamo trovare portachiavi con l’occhio di Polifemo penzolante, la collezione di action figure dei compagni di Ulisse con aspetto umano e animale, un carillon dal quale, girando una sorta di coda, fuoriesce il canto delle sirene, fino alla classica palla di vetro piena d’acqua con una barchetta galleggiante.

Opto per un poster raffigurante Circe con la scritta “Don’t mess with Circe” e un paio di sandali, replica di quelli indossati storicamente dall’eroe omerico, che subito calzo al posto delle mie turistiche infradito, per prendere famigliarità con il posto e non mancare di rispetto all’intervistato che mi sta aspettando.

Continuo per la strada fatta di ciottoli che scende verso il porto incontrando sempre meno case, sempre meno persone, con una vegetazione sempre più fitta ed un piacevole odore di salsedine trasportato dalla brezza del mare.
Dopo poche centinaia di metri mi trovo di fronte un’abitazione sul mare, in legno scuro a prima vista antico, a metà tra una casa e una palafitta, con grandi reti a mollo nell’acqua allacciate al muro esterno. Per accedervi bisogna oltrepassare un basso muro di cinta e un cancellino facilmente scavalcabile ma, per rispetto, suono la campanella appoggiata al muro, sopra ad una targhetta che recita “Odisseo e Penelope”.

Nessuna risposta. Cerco, così, di scrutare oltre il cancello e il prato che precede il letto di sabbia che circonda la casa e si prolunga per decine di metri lungo la costa. Ed eccolo là, con i bianchi ricci liberi di essere trasportati dal vento, le braccia, possenti seppur anziane, impegnate a scavare nella sabbia subacquea dove il livello del mare arriva alle caviglie. Addosso solamente un panno bianco a coprire la parte alta delle gambe, una sorta di costume rudimentale. Il corpo, fiero ma decadente a causa dell’età, porta i segni di mille battaglie, coperti solo da una patina di abbronzatura.

Non è solito accettare incontri ed interviste, ma la buona reputazione dei Musei ha fatto sì che tutto questo fosse possibile.

Mi hanno poi detto dei suoi problemi alla memoria, all’udito e alla vista suggerendomi di non perdere tempo in convenevoli e di andare dritto al sodo, se si dimostra lucido e collaborativo.
In ogni caso, per non correre il rischio di spaventarlo cerco di scavalcare il cancello, scoprendolo aperto, e mi avvicino il più lentamente possibile provando a fare rumore così da farmi notare.
“Signor Ulisse?”, nessuna risposta.
Arrivato a dieci metri ci riprovo: “Signor Ulisse?”. L’eroe smette di lavorare, immobilizzandosi. Dalla versione estiva della sua tunica fa comparire un paio di occhiali da vista che calza lentamente, per poi girarsi dalla mia parte stringendo gli occhi e aprendo appena la bocca, palesando uno sforzo nel mettere a fuoco.
“Dica?” La voce rauca mi raggiunge con un’ondata di emozione.
“Buongiorno signor Ulisse. L’avevamo contattata per un’intervista…”.
Nessuna risposta.
“Un’intervista per integrare la mostra a lei dedicata ai Musei San Domenico di Forlì”.

L’eroe omerico, a fatica, si siede su una roccia incastonata nella sabbia a pochi passi dal mare guardando per terra. Con gesto della mano mi invita a sedermi su un grosso tronco. Sempre dalla tunica spunta una pipa, antichissima e preziosissima, sicuramente scovata in uno dei suoi lunghi viaggi. Senza dire una parola inizia a prepararla piano, pressando il tabacco per poi alzare gli occhi verso di me con sguardo stupito ed inquisitorio: “Beh, inizia no?”.
“Sì, mi scusi”.
Cercando di non perdere altro tempo, recupero dallo zaino il block notes dove ho appuntato le domande. Scorro le pagine aiutandomi con un dito inumidito.
Un sospiro profondo e si inizia.

Allora, tanto per incominciare… come devo chiamarla? (Rido, ndr)
Nessuno.

Signor Nessuno…
Ma scherzo, sciocco. Ulisse va bene! (ride, ndr)

Recupero dopo l’imbarazzo nel quale ero sprofondato per la schiettezza della risposta e cerco di continuare.

Ulisse, è contento dell’influenza che le sue gesta hanno lasciato nella cultura di massa? È una delle persone più importanti al mondo, da sempre!
Guarda, se avessi voluto diventare tanto influente sarei rimasto a casa, cercando di conquistare le isole qui vicine. Avrei potuto fare tutto e il contrario di tutto ma ho scelto di partire perché quello che mi ha sempre spinto è la curiosità. Niente smania di potere, niente ricerca di fama. Curiosità, voglia di sapere. Quindi no, non sono contento che la mia vicenda venga studiata. Se in tanti partissero per mare, scoprissero altre persone e culture, allora sì. Ma no. Non voglio essere ricordato come un Frodo qualsiasi.

Frodo? Lei conosce “Il signore degli anelli”?
Ho tanto tempo libero. Qualcosa dovrò pur fare. Anche se all’entusiasmo de “La compagnia dell’anello” ha seguito parecchia delusione per “Le due torri”.

(Rimango a bocca aperta, ndr)

Ma tornando a noi. Quale dei suoi incontri l’ha plasmata maggiormente?
Nessun incontro. La partenza. Il coraggio di lasciare casa verso l’ignoto. Quello è il momento chiave. Il resto è solo colore.

E invece, qual è stato il momento più impegnativo dei suoi numerosi viaggi?
Sicuramente il ritorno.

Non voleva tornare a casa?
Ho sentito dire una volta di una persona che, quando stava per partire per un viaggio, non vedeva l’ora di essere già tornato. Ed è stato così all’inizio. Quando stavamo per salpare ronzava dentro di me la domanda: “ma chi me l’ha fatto fare?”. Beh, dopo mesi e mesi mi chiedevo come fosse possibile vivere su un’Isola e accontentarsi. Mi chiedevo come fosse possibile aver paura del viaggio. No, non volevo tornare a casa.

E cosa l’ha spinta?
Beh, eravamo tutti molto stanchi. C’era chi iniziava seriamente a dare di matto, forse anche io. E poi Penelope, Telemaco, Argo… gli affetti sono più forti di mille tempeste quando ti entrano nella testa.    

È lecito parlare di Penelope?
Ha sofferto tanto poverina. Cosa pensi che non sappia cosa vuol dire rimanere da sola tutto quel tempo? Attorniata da uomini? Senza sapere quando sarei tornato? In quel periodo si deve essere ammalata di un male invisibile. La pazienza uccide. Non avrei mai pensato di sopravviverle e invece eccomi qui. (È commosso, ndr)

Non ha più pensato di partire?
Tutti i giorni.

E perché non l’ha fatto?
Perché questa volta non sarei più tornato. Avevo capito che in Penelope c’era qualcosa che stava cambiando. Il mio istinto mi ha fatto capire che dovevo restare e così ho fatto.

E dopo la morte di Penelope? A quel punto avrebbe potuto viaggiare tutta la vita senza pensieri.
Senza pensieri dici? No. Mi avrebbero ucciso i pensieri. Il viaggio è tale se continua ad esistere un filo sottile con casa, anche se non torni mai. Chi mi avrebbe aspettato? Chi mi avrebbe pensato più? Quello non è viaggiare, è tuffarsi nel vuoto.

Dopo secondi di solo rumore del mare e pensieri, una brezza più forte delle altre ci invade il viso trasportando sabbia e salsedine.

“Ti dispiace se entriamo? Questa porta tempesta…”.
Come posso non fidarmi di Ulisse che predice una tempesta? Così, ovviamente, lo assecondo e insieme entriamo nella casa/palafitta.
Un forte odore di chiuso mi invade le narici ma la cosa che salta subito all’occhio è la quantità di ricordi, ninnoli, libri accumulati in tutta una vita e sparsi per l’intera casa che altro non è che una grande stanza con angoli adibiti a bagno, camera da letto e un piccolo muro artigianale per delimitare l’angolo cucina. Su un lato un enorme bacheca con attaccate con spilli, mappe, dipinti e una quantità indefinita di scritti.

“Vieni, siediti qui.” – mi dice facendo cadere a terra mappe e giornali che ricoprivano un vecchio pouf – “continua.”

Ok, bene. Riguardo alla figura di Omero. C’è molto mistero intorno alla sua figura… lei deve averlo conosciuto?
Beh, sì. Gli ho raccontato tutto.

E perché si sa così poco di lui?
Hai presente Salinger?

Certo.
Anche lui è sparito dalla vita pubblica, no? Omero uguale. Solo aggiungici che è passato qualche anno e il fatto che all’epoca era molto più semplice scomparire dal “jet set”. (Sorride, ndr)

Però cosa mi dice dell’attendibilità del suo racconto? Ha reso a pieno le sue imprese?
Cioè?

Beh, sa, nessuno ha mai visto un ciclope, una sirena… per non parlare di maghi e Dei, non sprecano tempo con gli umani in questi giorni.
Se è per questo è scomparsa proprio l’umanità in questi giorni, caro mio. Ma il racconto è attendibile. (Si alza a fatica appoggiandosi alle ginocchia, ndr)
Io non racconto bugie. È letteratura. E come con la letteratura piano piano ti convinci che sia la realtà, racconti quel che davvero avresti voluto vivere e quel che avresti vissuto quando gli esseri umani non esistevano, quando non esistevo io, non esistevi tu. Quello che avresti voluto vivere è un mondo dove tu non ci saresti stato. Ecco perché fate ancora le mostre su di me… Caffè?

Quindi… non ha mai incontrato un ciclope? Una sirena? Circe? (Il mio tono sale, quasi come se mi trovassi a condurre un interrogatorio, ndr)
Oh, caro mio. Certo che li ho incontrati.

Esce di scena, sparendo nella porta della cucina, producendo solamente rumori di stoviglie e cassetti, per poi ricomparire con una tazza di ceramica piena di caffè americano: “Porto a riva la barca, se no la tempesta se la prende.”

Attonito, cerco di mettere in ordine i pensieri, preparandomi ad incalzarlo nella seconda parte dell’intervista. Quella allusione mi ha spalancato un mondo intero.
Do un sorso al caffè bollente, abbandonandomi per un attimo a scrutare i mille elementi che compongono la bacheca di Ulisse.

Un modellino di un’antica nave appoggiato su una mensola. La foto di uno zoo con otto specie animali. Il disegno di un teschio di un elefante al quale sono state cancellate le zanne. Un dipinto di un mare calmo, un dipinto di un mare in tempesta. Il ritratto di un cane con scritto a pennarello Argo.
Un foglio con diversi cancellotti sotto i quali si possono intravedere diversi nomi: Agata, Beatrice, Sara e, più in basso ancora, non cancellato, Penelope.
Una foto di Ulisse sorridente, circondato da foche alle quali sono stati disegnati i capelli.
Una cartolina della Sirenetta sullo scoglio Copenaghen.
Un ennesimo foglio con scritte diverse frasi: “gira e rigira una clessidra? Aspetta che finisca una candela e durante la notte la ricompone? Fa e disfa una tela?”
E delle lettere calamitate che compongono una scritta:

“Oro, me noioso.”

Da lettore de “La Settimana Enigmistica” è istintivo, è più forte di me. L’anagramma viene da sé:
“Io sono Omero”.

La tazza che stavo portando alla bocca per una sorsata di caffè crolla verso il basso frantumandosi in mille pezzi e mostrandone la marca sul fondo: “Porcellane Ulisse”.

Corro all’impazzata fuori dalla casa, ritrovandomi davanti solo sabbia, pioggia, vento e fulmini.
Nient’altro.

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