29 Ottobre

Dalla parte di chi resta

Parlate facile voi. Il mito, il mito di Ulisse. La ricerca della conoscenza. Mille avventure per scoprire sé stessi e la vera forma dell’uomo, il senso del suo incedere nel mondo.
Parlate bene, immaginandovi a bordo di quella nave, dentro la caverna, dalla parte di chi la storia la vive e la racconta in prima persona: l’eroe. L’eroe sporco e sudato che nella sua fatica forma la sua grandezza, l’eroe a cui è perdonato l’omicidio se è per proteggere la sua storia, per consolidare la propria posizione.
Voi, attratti e impauriti da canti infernali di donne micidiali, voi che sapete resistervi, o dite di esserne capaci, per essere ricordati come i puri, coloro che ce l’hanno fatta, che non sono caduti in tentazione, i più forti di tutto e tutti: che integrità morale, gli eroi!

Ma ogni storia ha il suo rovescio della medaglia, un risvolto celato e sottovalutato, che dalla vicenda principale è nascosto, messo in ombra. È la parte di chi rimane, di chi aspetta, in silenzio, attendendo senza notizie. Che di nascosto riesce ad origliare i discorsi di chi sa, o di chi finge di sapere: “È nel Circeo, in pericolo!”, “Ha sfidato gli Dei! Sembra sia morto!”.
Chi viene messo in un angolo, cercando di non disturbare perché la situazione è già difficile così.

Provateci, voi, ad essere l’altra parte dell’eroe, nel suo completamento più celato.
Nei panni di chi non è ricordato, di chi deve sopportare un via vai di uomini, che non sono lui, dentro casa, avvoltoi pronti a prendere il posto di Odisseo, “quello che è partito e che non tornerà”, in attesa che la tela sia terminata.

Ma io lo so il segreto della tela. La tela è la speranza di vederlo tornare, certo, dell’alzare la testa ad ogni ora del giorno e della notte per il rumore di un’onda contro uno scoglio, scambiandolo per una barca. La speranza che viene tessuta, che sembra finire ma ogni giorno riparte da zero: la forza dell’amore, la chiamano.

Ma quale forza dell’amore. La forza dell’amore è ciò che mi spinge tutte le mattine all’alba con la faccia contro il vento e gli occhi che si riempiono di sabbia e sale, ad annusare l’aria di mare per cogliere il minimo indizio di un ritorno, è accoccolarmi sulla sua veste, sfiorarla come a caso, per non dimenticare il suo odore.

Ma quale tela, ma quale forza dell’amore.
L’amore non farebbe nemmeno iniziare la tessitura.
Se mai la tela serve a celare l’inganno dell’uomo che nasconde i suoi sentimenti agli altri per mentire a sé stesso. La tela, che prima o poi dovrà terminare, è un pretesto per arrivare a dire, un giorno: “Va bene. Ora è davvero finita.”

Facile per voi trovare in tutta questa storia la passione, la nostalgia, la sete di conoscenza.

Ma il senso è un altro, il senso di questa storia è la mia pazienza: non c’è clava, tentacolo, fulmine o pozione più forte della mia capacità di contare i secondi senza farmi soccombere dal tempo, di resistere ai crudi e beceri atteggiamenti dell’essere umano. Io, primo a riconoscerlo al ritorno e subito messo a tacere. E io zitto, per carità, come sempre.
Perché tanto lo so, lo annuso nell’aria, che un giorno la mia fedeltà diverrà la stella più chiassosa e luminosa del firmamento e abbaiare sarà solo un lontano ricordo.

Ma non sono arrabbiato, tranquilli, non vedete come scodinzolo adesso che è tornato?

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