15 Gennaio

Cinque canzoni che parlano del mito di Ulisse

Il mito di Ulisse ha ispirato gli artisti sin dal momento della sua nascita, nel VIII secolo a.C., e non ha mai cessato di essere materia di riflessione non solo sull’eroe omerico ma più in generale sul viaggio, sulla sete di conoscenza, sulla nostalgia, sul desiderio, sulle tentazioni, sul rapporto con il mondo; in poche parole sull’umanità in generale. Ulisse, tramite i suoi spostamenti, gli incontri e le prove superate nel corso della sua lunga avventura riesce a toccare moltissime sfaccettature dell’essere “uomo”, ponendo l’attenzione su alcuni tratti che, all’epoca, se non inesplorati erano stati sicuramente poco trattati come la parola, la ragione, la consapevolezza di sé, la voglia di esplorare non per conquistare ma per sapere.
L’ispirazione non ha cessato di esistere con la fine dell’arte visiva classica, con riproduzioni didascaliche o meno del mito eseguite da pittori e scultori, ma si è allargata investendo artisti “contemporanei” non solo nella letteratura ma anche nel cinema e nella musica.
Proprio su quest’ultima arte porremo l’attenzione in questo spazio, andando a scandagliare tra brani più o meno recenti alla ricerca di un approfondimento moderno sulle tematiche mitologiche di Ulisse, selezionandone cinque tra quelle più rappresentative per genere e forma.
Partiremo dai cantautori, che per primi hanno raccontato e cantato l’Italia nella seconda metà del ‘900, per arrivare al pop fino a toccare il rap, genere decisamente al passo con i tempi che stiamo vivendo tuttora.


Lucio Dalla - Itaca, 1971

Itaca è una canzone di Lucio Dalla, composta insieme ai parolieri Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti ed inserita nell’album Storie di casa mia. Non sarà l’unica volta nella quale il cantautore bolognese tratterà l’argomento “Ulisse”; il tema, infatti, tornerà nel 1975 con Ulisse coperto di sale, testo del quale parleremo prossimamente. Ma addentriamoci in Itaca.

“Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino, pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino?”

L’incipit della canzone fa immediatamente capire chi sta parlando: marinai e rematori che popolano la nave e sono pronti ad assistere il proprio condottiero nel corso delle avventure. Nonostante l’attaccamento all’impresa inizia a maturare in loro la consapevolezza di una volontà che cozza con i capricci del condottiero che vaga non curandosi eccessivamente degli effettivi desideri dell’equipaggio, desideri che vengono manifestati nel coro del ritornello che non lascia spazio ad incomprensioni:

“Itaca, Itaca, Itaca. La mia casa ce l’ho solo là. Itaca, Itaca, Itaca. Ed a casa io voglio tornare.”

L’equipaggio vuole tornare a casa perché oltre a mancare “pane e vino”, fa riferimento ad una “moglie che lo crede morto” e ad un’atroce differenza in caso di caduta sul campo: “e se muori è un re che muore, la tua casa avrà un erede. Quando io non torno a casa entra dentro fame e sete.”
Viene, insomma, sottolineata la disparità di attenzione e trattamento tra chi comanda la spedizione e chi lo affianca, nonostante questi ultimi ricoprano un notevole ruolo nella storia.

In conclusione, però, sembra che rematori e marinai acquisiscano la consapevolezza dell’effettivo ruolo del Capitano, accettando la sua superiorità e i tratti eroici, portandoli ad accettare di seguirlo anche in successive avventure.

“Capitano che risolvi con l’astuzia ogni avventura, ti ricordi di un soldato che ogni volta ha più paura? Ma anche la paura in fondo, mi da sempre un gusto strano. Se ci fosse ancora mondo sono pronto dove andiamo.”

Per finire, una curiosità. Nelle versioni dal vivo Lucio Dalla, spesso e volentieri, modificava l’ultimo verso della strofa appena citata, capovolgendo il senso di accettazione e comprensione del ruolo dell’originale e suggerendo un macabro ammutinamento:

“ma se non mi porti a casa, capitano io ti sbrano.”

D’altronde, Ulisse stesso ci insegna quanto l’animo umano sia mutevole.


Francesco Guccini - Odysseus, 2004

Facciamo un salto temporale notevole spostandoci, però, pochissimo dal punto di vista spaziale: rimaniamo in Emilia ma trent’anni dopo. Francesco Guccini scrive nel 2004 una sua versione del mito di Odisseo, concentrando il racconto in sette strofe, tanto sintetiche rispetto all’opera originale quanto dense di significato ed argomenti. Ulisse è un tema caro al cantautore, un mito che lo accompagna fin dall’infanzia, tanto che completa il titolo con un sottotitolo “con ringraziamenti e scuse a Omero, Dante, Foscolo, C. Kafazis, J.C Izzo, A. Prandi”, citando tutti gli autori che nel corso degli anni lo hanno ispirato nel raccontare a modo suo Odisseo.

“Bisogni che lo affermi fortemente che, certo, non appartenevo al mare anche se Dei d'Olimpo e umana gente mi sospinsero un giorno a navigare, e se guardavo l'isola petrosa, sopra ogni collina c'erano lì idealmente il mio cuore al sommo d'ogni cosa, c'era l'anima mia che è contadina, un'isola d'aratro e di frumento senza le vele, senza pescatori, il sudore e la terra erano argento il vino e l'olio erano i miei ori.”

La prima strofa di Odysseus è una descrizione della vera natura del protagonista, se non poco avventurosa certamente lontana dal mare e più dedita alla vita contadina.

“Ma se tu guardi un monte che è di faccia, senti che ti sospinge un altro monte. Un’isola col mare che l’abbraccia, ti chiama un'altra isola di fronte e diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi navi dalle vele nere e nel mare cambiò quella mia vita e il mare trascurato mi travolse: seppi che il mio futuro era sul mare con un dubbio però che non si sciolse, senza futuro era il mio navigare. Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, ti esalta l'acqua e al gusto del salato brucia la mente e ad ogni viaggio reinventarsi un mito, a ogni incontro ridisegnare il mondo e perdersi nel gusto del proibito, sempre più in fondo.”

È nel continuo della canzone che avviene il mutamento del pensiero, il protagonista si distacca dalla sua natura per sposare il viaggio e la curiosità, è la sete di conoscenza che lo spinge fuori da quella che era la sua natura, lo sprona a “perdersi nel gusto del proibito”. Guccini si sofferma sul momento in cui scatta questo cambiamento, quello che accade dopo e viene vissuto dall’eroe, “chi era Nausicaa, e dove Circe e Calypso perse nel brusio (…) l’urlo dell’accecato Polifemo ed il mio navigare per fuggire”, viene sintetizzato in pochissimi versi.
La vera impresa è stata, invece, uscire da quella che oggi viene considerata comfort zone per avventurarsi in qualcosa di sconosciuto, pericoloso e proibito che lo porta verso “isole incantate, verso altri amori” che Odisseo non avrebbe mai conosciuto se si fosse accontentato della sua condizione naturale.

Va sottolineata anche l’importanza che viene data dall’Ulisse di Guccini nell’ultima strofa a chi tramanderà la sua leggenda, ringraziando “chi un giorno mi ha cantato, dandomi però un’eterna vita, racchiusa in versi, in ritmi, in una rima, dandomi ancora la gioia infinita di entrare in porti sconosciuti prima”.

Odysseus è una delle tante gemme del cantautore bolognese, sorprende come trasmetta un’enorme forza di significato anche senza accompagnamento musicale, solamente leggendo i versi.


Jovanotti - Penelope, 2005

Jovanotti pubblica Penelope nel suo album del 2005 Buon Sangue ed è un esempio di come con il passare degli anni nascano nuovi generi e nuovi linguaggi così che il mito possa dialogare con il mondo anche nell’era dei computer, degli elaboratori e delle scoperte scientifiche.
Jovanotti ci propone una canzone ad elenco, dove ogni protagonista sottolinea una contraddizione dell’animo umano: “Venere era strabica, Beethoven era sordo ed era bassa e mora Marylin Monroe (…) E Giuda non si è mai capito bene se quel bacio fu un tradimento o la più grande fedeltà (…) Nobel inventò la dinamite ed il premio per la Pace per chi non la usasse mai”. Tutto e il contrario di tutto, affermazione e negazione di sé stessi, multiformità all’ennesima potenza dell’essere umano che vive quotidianamente immerso all’interno di stimoli e contraddizioni: un eroe multiforme.
E poi arriva il ritornello: “E intanto Penelope tesse la sua tela nell’ora di punta”.
Tutto intorno si muove all’impazzata, gli eroi che popolano il mondo sono indaffarati alla ricerca della propria affermazione, ma contemporaneamente a casa ci aspetta la tranquillità, il ricordo: anche nell’ora di punta, nel picco del traffico interno ed esterno all’essere umano la mente viaggia e ci riporta alla nostra Penelope, la nostalgia di ciò che abbiamo lasciato che, intanto, continua a tessere la propria tela perché “le navi partono per mare ma il cuore resta qua. Gli Dei truccano le carte per confondere la verità”.


Caparezza - Ulisse (You listen), 2008

Ulisse è un brano di Caparezza estratto da Le dimensioni del mio caos, un concept album che ha come filo conduttore la storia di Ilaria, una sessantottina che si ritrova catapultata da un varco temporale a vivere al giorno d’oggi.

La canzone si apre con il coro “Ulisse”, pronunciato ritmicamente da marinai in mare per dare il tempo della regata a mo’ di “oh-issa”, dettaglio che ci proietta immediatamente nell’atmosfera omerica.
Segue un ulteriore particolare inerente alla vicenda, il coro delle sirene:

“Lei è identica a te. Lei sa come prenderti.”

La Lei in questione è proprio Ilaria che scrive sui Post-It “non mi interessa il gossip, chi legge quei giornali ha problemi mentali grossi”. Trucida conduttrici da casi umani commosso. Tutti validi ossi nelle mani di orsi”. Tutta la canzone è una descrizione dei valori morali di Ilaria, valori che combaciano con quelli di Caparezza ed è qui che acquisisce senso il coro iniziale, dove le sirene annunciano al cantante come i due siano compatibili.
La canzone è tutta una lotta di Caparezza per resistere alla ragazza anche se la sentenza è presto detta, al primo ritornello:

“Non sono Ulisse, io. Non so resisterle. Slegatemi e gettatemi giù.”

Qui il cantante si paragona ad Ulisse legato all’albero della nave per resistere proprio alle sirene che parlano con lui, ma non sono loro la tentazione, la tentazione è la ragazza identica a lui.
Il mito di Ulisse qui viene portato come metafora di un sentimento che sta nascendo proprio perché fuori dagli schemi del mondo contemporaneo, un sentimento impossibile poiché Ilaria proviene da un’altra epoca, un sentimento nuovo… anzi un Sentimento Nuevo, come cantava Battiato nel 1981: “la tua voce come il coro delle sirene di Ulisse m’incatena”.

Murubutu - I marinai tornano tardi, 2014

I marinai tornano tardi è una canzone del rapper emiliano (torniamo in Emilia) Murubutu estratta dall’album Gli ammutinati del Bouncin’ ovvero mirabolanti avventure di uomini e mari, già dal titolo si percepisce la sfumatura letteraria dell’artista.
La canzone non tratta strettamente il tema del mito di Ulisse ma è stata inserita in questa selezione, oltre per lo spessore poetico, anche perché rappresentante di un punto di vista sulla vicenda ancora non trattato: quello dell’ipotetica moglie di un marinaio, sempre in attesa del ritorno del compagno. Una sorta di Penelope, in perenne apprensione e speranza di rivedere lo sposo tornare dal mare.

“Quand’è che mi porti con te? Voglio vedere quello che vedi. Gli aveva chiesto appena dopo le nozze. Nonostante il mal di mare che le torceva le reni lo avrebbe seguito su tutte le rotte, tutte le volte e quando lui tornava dai viaggi di notte avvicinando lo scafo e parlando al Libeccio, lei lo avvistava dalla finestra interrogando la coltre da cui si vedeva l’arrivo.”

È l’altra metà dell’eroe, di chi è partito, è ciò che lo aspetta a casa, non solamente un ricordo che sprona i viaggiatori ad affrontare le prove per tornare indietro ma un amore in carne ed ossa denso di speranze e sentimenti. Più che la sposa dell’eroe sembra parlare la compagna di uno dei rematori, di un marinaio non in prima linea, uno dei protagonisti di Itaca di Lucio Dalla.

“Sempre via suo marito, eh? Beato lui che viaggia! Dicevano le donne salutandole dalla terrazza e lei che annuiva pulendo il parapetto di ferro”

Un’attesa fatta di incertezza, come quella di chi naviga e non conosce né la meta né il proprio destino, sposo e sposa come speranze agli antipodi, costretti a ritagliarsi piccoli momenti tra un’avventura e l’altra, sempre ammesso che ci possa essere la possibilità.

“Resti o vai? Che fai? Quando taci a cosa pensi? O va? Il nostro amore è di silenzi. Che fai? Cara mia ma dove guardi? Che fai? I marinai tornano tardi.”


Conclusione
Abbiamo notato come nel corso di cinquant’anni e solamente trattando l’arte musicale il mito di Ulisse possa essere trattato in modi mutevoli, partendo da punti di vista differenti e dando importanza a sfumature variegate. Pensiamo ora all’arte in generale e a quante vie possa aver preso il racconto di questo mito in oltre 2500 anni di storia. Difficile anche solo fare una previsione. Non rimane che visitare la mostra e rendercene conto di persona. Nel frattempo, il racconto continua.


 

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